La Turchia si ritira dalla Convenzione di Istanbul, la riflessione di Laura Pia Lodi

Da venerdì 19 marzo scorso la Turchia, primo firmatario della Convezione del Consiglio d’Europa
e paese ospitante il debutto della principale carta internazionale contro la violenza sulle donne, non
aderisce più alla Convenzione di Istanbul.
Entrato in vigore nel maggio 2011, firmato da 45 paesi e
ratificato da 35, il trattato è il primo a introdurre strumenti legalmente vincolanti per combattere la
violenza sulle donne, prevenire gli abusi domestici e perseguirne i responsabili.

In particolare, all’articolo 3 la violenza di genere viene definita una forma di discriminazione e ad una serie di
abusi viene attribuita la connotazione di specifica violenza contro le donne: violenza fisica e
psicologica, stupro, molestie, mutilazione genitale femminile, matrimonio forzato, aborto e
sterilizzazione imposti, stalking e delitti d’onore.


La Turchia si defila, quindi, definendo la Convenzione un trattato superfluo. Un tweet di Zehra
Zumrut, ministra della famiglia, ne sottolinea l’inutilità, in quanto «A tutelare le donne ci sono già
le leggi nazionali, a partire dalla nostra Costituzione. Il nostro sistema giudiziario è dinamico e
abbastanza forte da implementare nuove leggi».

I dati, però, sembrano dire il contrario. Secondo l’Oms, il 38% delle turche ha subito violenza
almeno una volta, mentre secondo un rapporto dello stesso governo turco risalente al 2014 quattro
donne su 10 hanno subito abusi fisici o sessuali, tre su 10 si sposano ancora minorenni, al 33% delle
ragazze non viene permesso di frequentare la scuola e all’11% delle donne di lavorare. I dati sui
femminicidi raccontano una storia simile: circa 300 nel 2020, più 170 casi di «suicidi sospetti», 477
nel 2019, 440 nel 2018. 


Alla situazione di violenza di genere delineata, si affianca una diffusa mentalità, promossa a partire
dai massimi esponenti del governo di Ankara, che relega la donna a ruoli ben definiti, che sembrano
strizzare l’occhio alle campagne fasciste sull’importanza della donna procreatrice e accudente la
propria famiglia per il bene della nazione.
Le donne turche hanno fatto sentire la loro voce e al grido di «Non stiamo zitte, non obbediamo»
hanno manifestato e resistito alle cariche della polizia. Anche il Consiglio d’Europa ha palesato,
attraverso le parole della sua segretaria generale Marija Pejcinovic Buric, il proprio dissenso contro
questa decisione: «Questa mossa è un grave passo indietro e tra i più deplorevoli perché
compromette la protezione delle donne in Turchia».


Il questo contesto si inserisce l’incontro tra i presidenti dell’Unione Europea, Ursola Von del Leyen
e Charles Michel, con Recep Tayyip Erdogan il 6 aprile scorso.
Per i colloqui la presidente della
Commissione europea viene relegata su di un divano collocato in posizione defilata rispetto al
centro della scena, dominato dalle due autorità maschili presenti. Per Ursula von der Leyen la
poltrona non c’è…
Lungi dall’essere una mera questione di protocollo, il chiaro intento è stato quello di umiliare “la
donna”, lanciando un messaggio di disprezzo verso quella parte di società che da anni lotta e si
impegna per la parità di genere, anche in Turchia.
Lo Zonta Club Aosta Valley si stringe allo Zonta Club Istanbul, perché possa essere ancor più un
faro di speranza, di uguaglianza e di valorizzazione della figura femminile.

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