Covid e l’impatto di genere

A un anno dalla diffusione dell’epidemia di coronavirus, si teme che la ricaduta sociale ed economica possa innescare impatti a lungo termine sull’uguaglianza di genere. Una minaccia non solo ai progressi fatti finora, ma anche un concreto pericolo per altre 47 milioni di donne e ragazze in tutto il mondo di ricadere sotto la soglia di povertà.
In Italia la notizia ha ricevuto una certa attenzione soprattutto nelle ultime settimane, dopo la pubblicazione dei dati dell’ISTAT sul lavoro delle donne.
Nel 2020, infatti, il tasso di occupazione femminile rispetto a dicembre dell’anno scorso è di 444mila lavoratori in meno e 312mila sono donne.

Per capire più approfonditamente il perché di questo fenomeno ascoltiamo Francesca Bettio, docente ordinaria di Politica economica presso l’Università di Siena e tra le fondatrici di InGenere, che ci spiega come le donne siano semplicemente più presenti nei settori più colpiti dalla crisi economica ma anche sociale, causata dalla pandemia.
In ordine di grandezza i settori in cui sono prevalentemente occupate le donne, «sono il commercio, grossomodo a pari peso con sanità e servizi sociali (ciascun settore conta attorno al milione e 3 mila occupate); seguono manifattura e istruzione, con 1 milione circa di occupate ciascuna, poi troviamo hotel e ristoranti e il settore degli studi professionali, con 600-700 mila unità l’uno. E infine c’è il settore domestico, quello delle collaboratrici domestiche, delle baby sitter e delle badanti, con circa 600 mila occupate (regolari)». Sono dunque questi i settori a cui guardare per capire se ci sono state perdite o guadagni di occupazione per le donne. Tali settori, in molti casi, tra l’altro, prevedono una tipologia di contratto che ha influito pesantemente su chi ha perso il lavoro e chi no. Il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione hanno salvaguardato, infatti e almeno per ora, soprattutto il lavoro dipendente a tempo indeterminato, mentre sono stati colpiti i posti di lavoro a termine e le varie forme di collaborazioni.

Le crisi, quindi, così come le fasi di crescita, spiega Bettio, non interessano mai nella stessa misura i diversi settori.

È doveroso, a questo punto, fare una riflessione sulla «segregazione occupazionale, che è un fenomeno che inizia con la storia del lavoro pagato e del capitalismo». Sostanzialmente, significa che ci sono occupazioni stereotipate al femminile e al maschile: che ci sono mestieri ritenuti più adatti agli uomini o addirittura preclusi alle donne. Tale segregazione occupazionale spiega la contingenza di alcune dinamiche durante le crisi ma è anche vero che il lavoro delle donne sconta altri importanti problemi di fondo.

«Le donne dovrebbero essere rese consapevoli fin da piccole che la disuguaglianza persiste anche quando sembra innocua differenza: sulla carta abbiamo uguali diritti e i fatti ci hanno regalato molte conquiste. Ma la carriera ha degli svantaggi ed è dunque importante che le giovani e giovanissime anticipino possibili difficoltà, pur nella consapevolezza che possono e debbono tentare di superarle».

L’aspetto economico comunque non è stato l’unico ambito colpito: la sfera sociale, appunto, ne sta risentendo in modo preoccupante. Durante il periodo di lockdown, ci sono stati i rischi a una maggiore esposizione alla violenza di genere, dovuti dalla coesistenza domestica obbligatoria.
Il tema della casa rimane preponderante: secondo le Nazioni Unite, la chiusura delle scuole e dei centri diurni per le persone non autosufficienti sta aumentando la mole di lavoro domestico e di cura da una manodopera retribuita – asili, scuole, babysitter – a una che non lo è, che continua a ricadere principalmente sulle donne. I dati confermano un situazione più pesante per le donne: nel 2019 sono aumentate le dimissioni delle lavoratrici che avevano avuto da poco dei bambini (37.611, rispetto alle 35.963 del 2018), secondo i dati dell’Ispettorato del Lavoro.

Molti movimenti e gruppi di donne in questi mesi hanno elaborato delle proposte concrete in vista della stesura o della revisione del Piano nazionale di riforma e resilienza, e del programma di investimenti che sarà presentato alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU. Prevedono un incremento degli investimenti nelle infrastrutture sociali, nuove strategie formative, il contrasto agli stereotipi e, soprattutto, la valutazione degli impatti di genere.

Possiamo dire che l’unico capitolo nel quale le donne non sono sovraesposte è quello della risposta politica, che stavolta può utilizzare una quantità di risorse economiche pubbliche mai vista prima.

La speranza è quella di una vera trasversalità, un’analisi su come ciascun progetto impatterà sulle donne, presupposto necessario per una visione che sappia farsi realmente carico delle disuguaglianze, per colmarle.

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