La Polonia esce dalla convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne

La Polonia ha recentemente annunciato l’uscita dalla Convenzione contro la violenza sulle donne.

La notizia risale a fine Luglio 2020, a fare l’annuncio è stato il Ministro della Giustizia polacco Zbigniew Ziobro, sostenendo che le leggi in vigore in Polonia sono più che sufficienti a tutelare le donne contro le violenze.

Senza entrare nel dettaglio della legittimità o meno di queste considerazioni vogliamo cogliere l’occasione per approfondire i temi che sono contenuti nella Convenzione contro la violenza sulle donne.

La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica chiamata anche convenzione di Istanbul per via della città in cui è stato firmato il 07 Aprile 2011.

Già dagli inizi degli anni 90 l’Unione Europea ha mosso i primi passi con delle iniziative per promuovere azioni contro la violenza sulle donne approvando nel 2002 una raccomandazione sulla protezione delle donne dalla violenza e con una campagna europea nel biennio 2006-2008 per combattere la violenza sulle donne.

Quest’ultima ha evidenziato una netta disuguaglianza nel trattare l’argomento nei vari stati membri e pertanto si è iniziato a capire di dover avere delle leggi uguali per tutti per tutelare al meglio le donne contro ogni tipo di violenza.

Ed è così che nel Dicembre 2008, è nato un gruppo di esperti chiamato CAHVIO (comitato ad hoc per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica) che in 2 anni, in seguito anche ad alcune rettifiche apportate da alcuni stati membri, ha generato la bozza di testo finale da presentare che è poi diventata la precedentemente citata Convenzione di Istanbul.

Diamo quindi uno sguardo alle principali disposizioni (fonte Wikipedia):

La Convenzione di Istanbul è “il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza“, ed è incentrata sulla prevenzione della violenza domestica, proteggere le vittime e perseguire i trasgressori.

Essa caratterizza la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione (art. 3 lett. a). I paesi dovrebbero esercitare la dovuta diligenza nel prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli (art. 5).

La Convenzione è il primo trattato internazionale a contenere una definizione di genere. Infatti l’art. 3, lett. c), il genere è definito come ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini“.

Inoltre, il trattato stabilisce una serie di delitti caratterizzati da violenza contro le donne. Gli Stati dovrebbero includere questi nei loro codici penali o in altre forme di legislazione o dovrebbero essere inseriti qualora non già esistenti nei loro ordinamenti giuridici. I reati previsti dalla Convenzione sono: la violenza psicologica (art. 33); gli atti persecutori; stalking (art. 34); la violenza fisica (art. 35), la violenza sessuale, compreso lo stupro (art. 36); il matrimonio forzato (art. 37); le mutilazioni genitali femminili (art. 38), l’aborto forzato e la sterilizzazione forzata (art. 39); le molestie sessuali (art. 40).

La convenzione prevede anche un articolo che mira i crimini commessi in nome del cosiddetto “onore” (art. 42)

L’articolo 4 vieta alcuni tipi di discriminazione affermando che l’attuazione delle disposizioni della Convenzione da parte delle Parti, in particolare le misure destinate a tutelare i diritti delle vittime, deve essere garantita senza alcuna discriminazione fondata sul sesso, sul genere, sulla razza, sul colore, sulla lingua, sulla religione, sulle opinioni politiche o di qualsiasi altro tipo, sull’origine nazionale o sociale, sull’appartenenza a una minoranza nazionale, sul censo, sulla nascita, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere, sull’età, sulle condizioni di salute, sulla disabilità, sullo status matrimoniale, sullo status di migrante o di rifugiato o su qualunque altra condizione.



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